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Hyeon Chung, che nel 2018 raggiungeva il best ranking n.19, come ben sappiamo ha avuto un calo di rendimento terribile, causato da una serie di infortuni alla schiena devastanti. Eppure, in un momento in cui tanti si sarebbe arresi, il coreano è ancora attivo nel tennis professionistico e spera un giorno di poter tornare al top.
IL RITORNO NEL 2025
Chung aveva dato davvero l’impressione di poter tornare al meglio, quando nel 2025 aveva iniziato la sua stagione agonistica con 3 nuovi tornei in bacheca: l’ITF M25 di Bali, l’ITF M15 di Nishi-Tokyo e l’ITF M15 di Tsukuba. Questi risultatati, arrivati dopo 5 anni di pura sofferenza sportiva (praticamente 30 partite giocate tra 2020 e 2024), avevano acceso una nuova speranza nel tennista nativo di Suwon, spingendolo a giocare nuovamente a livello challenger.
Effettivamente, il ritorno di Chung c’è stato: il coreano è tornato a vincere anche delle partite a livello challenger, cosa che gli ha permesso di rientrare tra le prime 400 posizioni del ranking mondiale. Finora, il 2026 è estremamente positivo: in Vietnam batte Peniston, n.219 del mondo ed ex top 100, e in coppa Davis va vicino ad un’ impresa. A Busan, dopo aver battuto Marco Trugelliti, n.134 del mondo, affronta il numero 95 del mondo, l’argentino Tirante, con cui perde dopo una battaglia di oltre 3 ore con lo score di 6-2 5-7 6-7.
TORNARE IN TOP 100? SAREBBE UN MIRACOLO
Chung, nato il 19 maggio del 1996, quest’anno compie 30 anni. Dopo anni di completa inattività e con un fisico distrutto dai problemi nella parte bassa della schiena, può già considerare il rientro nel circuito challenger come un miracolo sportivo. Purtroppo, con l’età che avanza e con la concorrenza che si fa sempre più agguerrita, pensare di rientrare solamente in top 100 è un utopia, figuriamoci in top 20. Anche se, tra il rientro di Murray, quello di Coric, la meteora di Karatsev e la scomparsa di De Jong, il circuito ATP è stato veramente pieno di sorprese.
Allora, perché continuare? Lo stesso Chung ha più volte ammesso di essere ormai impossibilitato di giocare senza antidolorifici e, nei giorni peggiori, deve fare ricorso addirittura a punture anestetizzanti. Il coreano, anche nel periodo migliore della carriera, non è mai stato uno da riflettori, in un mondo sportivo orientato alla celebrazione del campione. Chung non gioca per soldi – di milioni ne ha portati a casa- e neanche per fama, ma per quell’ossessione per il gioco che lo ha spinto a diventare un pro. Per questo motivo, un lieto fine questa storia la meriterebbe.






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