La tradizione tennistica in Sud America sta scomparendo: di chi è la colpa?

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Argentina, Cile, Brasile: culla di campioni, patria di tornei bellissimi, punto di ritrovo di un pubblico caldissimo. Il Sud America per il tennis è un luogo passionale, misterioso, poetico; tuttavia, nonostante i giocatori non manchino, la cultura tennistica sudamericana sta smettendo di essere valorizzata dall’ATP.

UN LUOGO UNICO AL MONDO

In Sud America da sempre si respira un tennis differente, perché lo si vive con un senso di appartenenza, con uno spirito di squadra e con un sacrificio di un’intensità unica. Da Vilas a Marcelo Rios, da Del Potro a Massu, da Gonzalez a Nalbaldian: i campioni di queste nazioni vengono ricordati non per i risultati, ma per l’estro, per il rapporto con il pubblico, per l’amore per il gioco.

Poi, c’è la terra rossa. Il tennis sudamericano è pathos, lotta e costruzione. Una scuola che predica top-spin, scambi lunghi, dritti anomali e variazioni. Se il tennis di oggi è per di più giocato sul cemento e indoor, giocatori come Cerundolo, Tabillo e Navone sono gli ultimi di una tipologia di atleti fisici, pazienti e mentalmente indomabili. Adesso, con la Coppa Davis che si gioca praticamente solo in Europa al chiuso e con i tornei ATP che stanno progressivamente venendo surclassati di livello, l’intero ecosistema tennistico latino è in minaccia d’estinzione.

CALENDARIO, MANCANZA DI SPONSOR E POCO POTERE POLITICO: I PROBLEMI ALLA BASE

Nonostante tutte queste buone motivazioni, gli organi mondiali del tennis prendono poco in considerazione il tennis sudamericano. Questo perché il tennis è sempre più impostato su un sistema capitalistico: si gioca tanto, forse troppo e si organizzano i tornei nei posti in cui si prevede un profitto maggiore.

Lo swing sudamericano è sempre stato penalizzato per via del fatto che spesso i big saltavano i tornei sulla terra rossa per riprendersi dall’Australian Open e per rimanere abituati al cemento in vista dello Sunshine Double. Tuttavia, adesso il problema è che è arrivato anche un terzo polo, quello saudita: infatti, già quest’anno il torneo di Doha è diventato un 500, in attesa dell’annuncio della collocazione di un decimo master 1000, a Riad, che potrebbe cadere proprio nel mese di febbraio, in contemporanea ai tornei in Sud America. In tal modo, rimarrebbe un unico 500 nel continente, il 500 di Rio, che, col passare del tempo, rischierebbe sempre di più di passare inosservato.

DI CHI E’ LA COLPA, QUINDI?

Sicuramente l’ATP non è mai andata incontro al 100% delle richieste delle federazioni tennistiche sud-americane e, dall’altro canto, le risorse economiche immense del mondo saudita sono troppo forti da contrastare per gli organizzatori degli eventi tennistici in Sud America. C’è anche una colpa nello stesso Sud America, però. Frammentazione politica, scarso adattamento, tensioni interne hanno segmentato ulteriormente un mondo caratteristico, ma comunque piccolo e debole.

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