Cosa ci insegna il documentario The Wolf in Winter su Novak Djokovic? Perché devi assolutamente vederlo

Djokovic Wolf Of Winter

Il documentario prodotto da Jason Hehir, uscito il 20 agosto sulla piattaforma Prime Video racconta tutte le sfumature di un campione mai amato, del “Villain” del tennis mondiale, concentrandosi intorno all’ultima fase di carriera di questo immenso atleta. Che cosa spinge Novak Djokovic a continuare a competere, dopo tutte le vicissitudini a cui è andato incontro? Dietro questa domanda si articola tutti i 90 minuti del documentario sportivo targato Amazon.

CHE COSA C’E’ DI PIU’ IMPORTANTE DELLA LIBERTA’ PERSONALE?

Si apre così il documentario, con una versione di Djokovic che non siamo assolutamente abituati a vedere: quella del genitore. Essi, perché dietro al giocatore più titolato della storia del tennis, dietro all’uomo multiforme che è Novak, capace di parlare 7 lingue e di praticare qualsiasi sport che gli pare, c’è una persona come tutte. Un uomo che ama la propria famiglia, la moglie Jelena e i figli Stefan e Tara, un giovane uomo grato di quello che la vita gli ha riservato.

Ed ecco si arriva al punto della questione. A 39 anni, con più nulla da dimostrare, nessun avversario da battere, uno status da miliardario, tutta l’influenza necessaria per essere a vita una figura di riferimento nel campo sportivo per quanto concerne l’informazione, gli affari, il marketing e la politica; perché Novak Djokovic non appende racchetta al chiodo per dedicarsi full-time alla sua amata famiglia?

LE ORIGINI E IL SENTIMENTO SERBO “INAT”

Niente può descrivere meglio Novak Djokovic se non la parola “Inat”. Dal vocabolario serbo, questa parola può essere frettolosamente tradotta in italiano come “Sentimento di rivincita”. Dall’altronde, l’infanzia di Novak Djokovic è stata completamente cancellata non solo dagli impegni tennistici, ma anche dalla guerra in Jugoslavia, che costrinse in lo stesso Djokovic a trasferirsi da solo a 13 anni in Germania per proseguire gli allenamenti in un posto sicuro.

Djokovic incarna questa parola, perché dietro le sue vittorie, come da lui stesso spiegato, c’è anche la vittoria della sua famiglia e del suo popolo. C’è la vittoria di suo padre, costretto pur di pagare gli allenamenti e le trasferte di Novak, ad indebitarsi con dei criminali. C’è la vittoria della mamma, costretta a concentrare tutte le sue energie sul primo nato, piuttosto che sui fratelli più piccoli, Marko e Djordje. C’è la vittoria di tutte le persone, allenatori, sponsor e amici che hanno creduto in quanto lui fosse speciale, a partire dalla storica allenatrice Jelena Gencic, che lo faceva allenare in una piscina vuota, per evitare il rischio delle bombe. C’è la vittoria di un popolo intero, del popolo serbo martoriato dalle violenze degli anni 90′, che vede in Novak un simbolo di riscatto sociale e di ritrovato benessere.

LA RIVALITA’ CON FEDERER E NADAL

Dopo una prima parte di documentario biografica, si arriva a parlare di tennis, con Jason Hehir che per farlo sceglie subito di accostarsi al famigerato concetto del “Goat debate”, tema tanto amato quanto discusso tra i fan. Insomma, la rivalità tra Djokovic e il duo Federer-Nadal si articola intorno a due riflessioni:

  1. La riflessione tennistica: Djokovic arriva in pianta stabile nel circuito quando Federer è nel prime della carriera e Nadal ci sta entrando. Il divario tra il serbo e gli altri due è molto grande, specialmente per quanto riguarda i titoli slam: prima del 2011, il confronto recita Federer 16, Nadal 9 e Djokovic 1. Il documentario mostra come siano stati proprio Federer e Nadal a creare la versione migliore di Djokovic. Per superarli, Djokovic a livello tecnico ha dovuto cambiare il movimento del diritto e il servizio, ma il grande cambiamento è arrivato sul piano fisico. Per sconfiggere i cali d’energia, Djokovic scelse di evitare completamente il glutine, avendo scoperto nel 2010 di esserne intollerante e tramite un nuovo equilibrio tra dieta e preparazione incrementò notevolmente la sua resistenza.
  2. La riflessione umana: questo è il punto focale della vicenda. Nonostante Djokovic abbia poi superato gli altri due campioni, non è mai riuscito ad entrare totalmente nel cuore degli appassionati: è sempre stato visto come il terzo incomodo di un dualismo, come il cattivo venuto a spezzare una rivalità perfetta. E questo, agli occhi di un ragazzo che ha sofferto la guerra e la povertà nel suo paese natio, mentre Nadal cresceva a Manacor sognando il tennis e il calcio e Federer giocava le sue prime partite, coccolato dalla federazione svizzera, nonostante il suo carattere ribelle, non è mai andato giù, giustamente.

LA CURA DEL CORPO E IL CASO COVID

Ovviamente, non poteva mancare anche un passaggio sulla vicenda del 2022, quando Djokovic fu espulso dall’Australia per non essersi vaccinato contro il Coronavirus. Come ben sappiamo, al serbo fu permesso in un primo momento di unirsi all’ Australian Open 2022, per poi una volta giunto a Melbourne costretto per questioni governative a tornare a casa. Nonostante la colpa di tutto questo ricadde praticamente tutta sull’entourage del serbo, fu solo Djokovic ad uscire sconfitto da questa vicenda, venendo escluso da tornei, perdendo sponsor e soprattutto credibilità. 

E’ lo stesso Djokovic a parlarne nel documentario e la sua decisione la spiega in maniera molto semplice. Il suo non è mai stato un atto di ribellione, piuttosto, dopo anni di cura maniacale del proprio corpo, in lui ha prevalso il sentimento di non rischiare di iniettarsi qualcosa che potesse anche in piccola percentuale modificare le sue performance. D’altronde, come afferma lo stesso Djokovic, non c’è niente di più importante della libertà personale. E non c’è nulla di più importante che proteggere i propri valori.

 

 

 

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