Il match tra Argentina e Capo Verde di stanotte, valido per i sedicesimi di finale della Coppa del Mondo, ha visto Messi & company faticare e non poco per il raggiungimento del passaggio del turno. Il gol della Pulga al rientro dall’hydration break sembrava aver sbloccato una partita fin lì complicata, ma non è stato così: la squadra di Scaloni tiene sì il pallone per lunghi tratti della gara, ma non riesce a dar ritmo alla manovra e soffre il blocco medio-basso del Capo Verde. Al minuto 59 succede l’impensabile, con la rete di Deroy Duarte che pareggia i conti e obbliga la Selección ai tempi supplementari sotto gli occhi increduli del pubblico del Miami Gardens. Anche nei tempi supplementari le emozioni non mancano: l’eurogol di Sidny Lopes Cabral pareggia la rete di Lisandro Martinez, con l’Argentina che trova la via della vittoria solo al minuto 111, in cui Messi serve un pallone perfetto sulla testa del Cuti Romero, facendo esplodere di gioia il pubblico di fede biancoceleste.
Le fatiche dell’Albiceleste possono essere attribuite sicuramente a una grande organizzazione difensiva dei Tubarões Azuis, ma non solo. La mancanza di forza fisica e attacco alla profondità dei due attaccanti di Scaloni, Messi e Lautaro Martinez, ha senza dubbio “frenato” il reale potenziale offensivo della squadra, che troppo spesso è andata a sbattere sul muro difensivo composto da Borges e Pico. La domanda, allora, diventa inevitabile: la convivenza tra Messi e Lautaro è davvero possibile? Oppure, per liberare tutto il potenziale offensivo, servirebbero attaccanti con caratteristiche complementari, capaci di garantire fisicità, profondità e una maggiore varietà di movimenti senza palla?
Un cortocircuito tattico
La qualità di Messi e Lautaro non può e non deve essere messa in discussione. Il primo è probabilmente il calciatore più grande di tutti i tempi, mentre il secondo è ormai da anni il capitano dell’Inter ed è garanzia di gol e prestazioni. Il discorso cambia però quando si parla di nazionale, perché se l’ex Barcellona va oltre qualsiasi discorso tecnico-tattico, anche a 39 anni, il suo compagno di reparto fatica a trovare la posizione all’interno del rettangolo verde. Entrambi i calciatori sono delle vere e proprie seconde punte, che dunque tendono a ricoprire la stessa posizione in campo, ossia quella di collante tra il centrocampo e l’attacco. Nell’Argentina, tuttavia, si crea un cortocircuito tattico: il ruolo di fantasista viene affidato (giustamente) a Leo Messi, che nonostante l’età è capace di fare la differenza per tutti i 90 minuti, mentre il ruolo da prima punta viene lasciato a Lautaro Martinez, che però non è in grado a competere con la fisicità dei difensori avversari, nonostante il grande impegno e determinazione.
Inoltre, la poca complementarità tra i due fa emergere un secondo grande problema, ossia la mancanza di attacco alla profondità. All’attaccante dell’Inter viene richiesto il compito di allungare la difesa avversaria, in modo tale da lasciare spazio a Messi sulla trequarti, ma la velocità non è di certo il suo punto forte e perciò risulta inservibile alle spalle della difesa avversaria. Questo aspetto limita non solo le grandi qualità del Toro, che non è messo nelle condizioni di fare bene, ma anche il ventaglio di possibilità che possono nascere dal mancino del numero 1 al mondo, che raramente ha la possibilità di imbucare il suo partner d’attacco.
In fase di non possesso le cose cambiano?
Discorso diverso, invece, per quanto riguarda la fase difensiva. Messi percorre mediamente molti meno chilometri rispetto ai compagni e questo comporta un inevitabile sbilanciamento nella distribuzione degli sforzi: quando la squadra perde palla, sono gli altri a dover compensare, accorciare, chiudere le linee di passaggio e garantire quell’equilibrio collettivo che permette all’Albiceleste di restare compatta. È un meccanismo ormai noto: la presenza della Pulga, per quanto decisiva in fase di possesso, richiede una struttura difensiva che sappia assorbire la sua minor partecipazione nella fase di non possesso. In questo contesto, Lautaro Martínez diventa un elemento chiave, quasi imprescindibile. Il Toro non solo ripiega con continuità, ma lo fa con un’ aggressività altissima (proprio come avviene nell’Inter), andando a pressare il primo portatore, disturbando le linee di uscita avversarie e offrendo una quantità di lavoro sporco che spesso passa sotto traccia.





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