Tutti contro Jonas Vingegaard. Il paradosso del Tour de France è questo; non si corre contro Tadej Pogacar ma contro il suo rivale danese, Vingegaard. Sono bastate due tappe di montagna per capirlo, se Jonas non tiene la ruota di Tadej finisce nel panino tra la maglia gialla e il gruppetto composto da Evenepoel, Lipowitz, Ayuso e Seixas, mentre se non stacca gli appena citati (come capitato nella decima tappa) finisce per tirare da solo, per sé e per loro, venendo poi bruciato in volata dai rivali, il cui obiettivo è scalzare il danese dalla seconda piazza a Parigi.
VINGEGAARD L’UNICO A LOTTARE DAVVERO PER IL TOUR?
L’impressione è questa. A Vingegaard non importa correre per un piazzamento. O si gioca il Tour o da perdere ha ben poco; d’altronde a uno che di Grand Boucle ne ha vinte due e che ha appena completato la tripla corona cosa può importare se finisce secondo, terzo o quarto? Nulla. Vingegaard corre il Tour per vincere, o almeno per lottare contro Pogacar, ma è l’unico a farlo.
TUTTI CONTRO VINGEGAARD, PERCHÈ?
Quanto visto nella frazione con arrivo a Le Lioran è lampante: oltre al danese nessuno lotta per la vittoria del Tour de France, ma solo per un piazzamento, ed è questo che rende ulteriormente noiosa la corsa. Con soli 15 secondi di ritardo da Pogacar, il gruppetto composto da Vingegaard, Evenepoel, Lipowitz, Ayuso e Seixas non ha collaborato col danese, lasciandolo tirare e restando alla sua ruota, per poi batterlo e recuperare terreno su di lui in volata.
Il motivo è molto facile: nessuno dei big (tolti Vingegaard e Pogacar) corre per la vittoria ma solo per un piazzamento: a Evenepoel fare podio, o ancor di più secondo, va benissimo. A Lipowitz confermare la terza piazza dello scorso anno va più che bene. A Seixas esordire con una top 5 è un lusso, stesso discorso per Ayuso. Peccato che si dimentichino tutti della minaccia Del Toro, verso cui l’altro giorno avrebbero potuto guadagnare terreno importante.
LA CRITICA:
Se queste sono le ambizioni dei corridori c’è poco da dirgli, ma quando il terreno per battere Pogacar c’è, occorre provarci. Collaborare, tirare e rosicare qualche secondo, per poi giocarsi la tappa in volata: un successo alla Grand Boucle non è di certo un brutto risultato, ma correndo con questa mentalità rischia di essere un obiettivo poco realistico per gli outsider che corrono per il secondo posto.






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